Il livello di autonomia finanziaria dei comuni siciliani, la capacità cioè di acquisire nel proprio territorio le risorse necessarie a garantire i servizi, si attesta attorno al 40% mentre nel Nord del Paese supera il 60%. I comuni della provincia di Palermo hanno un'autonomia finanziaria media del 37,84%, il comune di Palermo del 34,91%, il territorio di Enna evidenzia il livello più basso: appena il 24,48%, con Agrigento vicina al 31,73%. Il dato migliore lo registrano i territori di Ragusa, con un grado di autonomia del 49,88% e Siracusa, con il 47,25%. Con un livello di autonomia finanziaria così modesto, la progressiva riduzione dei trasferimenti erariali prevista dalle norme sul federalismo, che va ad aggiungersi ai consistenti tagli già praticati quest’anno, comporterà l'impossibilità per i comuni di erogare i servizi essenziali ai cittadini.
È ormai il momento della consapevolezza e dell’impegno sia per la Regione siciliana, che deve affrontare con serietà e urgenza il tema dell’impatto della riforma sui bilanci degli enti locali, sia per i comuni che devono attrezzarsi per ricavare soprattutto dal territorio le risorse necessarie per amministrare. A chiederlo a gran voce, nel corso del convegno organizzato dalla Cisl a Palermo sul tema “I numeri del federalismo fiscale in Sicilia”, sono stati il segretario generale della Cisl di Palermo Mimmo Milazzo, il segretario della Cisl siciliana Maurizio Bernava e, in conclusione, il leader nazionale Cisl, Raffaele Bonanni.

All'incontro, tenutosi dinanzi a una numerosa platea, hanno preso parte l'assessore regionale all'Economia Gaetano Armao, il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, il commercialista e consulente di enti locali Calcedonio Li Pomi, il consulente della Cisl Riccardo Compagnino e il presidente della commissione Fiscalità enti pubblici del consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, Nicola Tonveronachi.
“I comuni siciliani allo stato attuale – hanno spiegato Milazzo e Bernava - non sono nelle condizioni di reggere il peso del federalismo per via della scarsa autonomia finanziaria, l'elevata dipendenza dalla finanza derivata, la notevole spesa corrente e il costo eccessivo dei servizi erogati”.
Sei le proposte lanciate dalla Cisl, per attrezzare la Sicilia ad affrontare le sfide federaliste: la definizione entro la data di approvazione dei bilanci previsionali del 2011 degli enti locali, dell'accordo fra Regione e governo nazionale sul riconoscimento delle entrate fiscali che spettano all’Isola; l'approvazione di una legge regionale che individui la dimensione territoriale e omogenea delle forme associative (previste dalla legge delega sul federalismo) che i comuni fino a cinquemila abitanti devono adottare per svolgere le funzioni fondamentali e dunque garantire i servizi ai cittadini; l'approvazione di una norma che obblighi gli enti locali a pubblicare sui propri siti i bilanci di previsione, i documenti di programmazione e i rendiconti della gestione; tempi certi per il concreto avvio di tutte le procedure operative per rendere efficace da subito la compartecipazione dei comuni nella lotta all'evasione fiscale con la collaborazione dell'agenzia delle Entrate; un immediato chiarimento sull'applicazione negli enti locali dell'Isola della cosiddetta cedolare secca, fondamentale per contrastare il fenomeno evasivo, molto diffuso nel territorio, legato ai contratti di affitto in nero e infine l'istituzione di un dipartimento regionale per l'attuazione del federalismo. Se in Sicilia il totale delle entrate correnti nei rendiconti del 2009 si attesta a circa 4.231,32 milioni di euro e le entrate proprie ammontano solo a 1.714,52 milioni di euro (il 40,52%), nel Nord Ovest degli oltre 13 milioni di entrate ben il 67,45% sono proprie. L'Isola fa peggio anche delle altre regioni del Sud dove su 9.576,14 milioni di euro più della metà (il 55,72%) proviene dal territorio. Ancora troppo alto, dunque, il grado di dipendenza degli enti locali dai trasferimenti nazionali e regionali. Le entrate “derivate” nel 2009 in tutta la regione hanno infatti raggiunto quasi il 60% del totale, di cui oltre il 34% è rappresentato dai trasferimenti statali e circa il 25% da quelli regionali.
"Federalismo fiscale – ha spiegato Bonanni - significa maggiore responsabilità da parte della classe politica locale ma devono cambiare anche i pesi del carico fiscale. Vogliamo - ha aggiunto – una riforma fiscale radicale che sposti il peso dalle persone alle cose. Noi vogliamo questa soluzione insieme alla centralità della famiglia nella vicenda fiscale”. La ricetta, secondo il segretario della Cisl, sta “nel recupero con il fisco delle centinaia di miliardi di euro che sfuggono all'erario e nel riassetto amministrativo e istituzionale che deve rendere più efficace l'azione amministrativa”. Della stessa idea, Bernava: “Stiamo pagando le conseguenze di una gestione dissennata, il caso di Palermo è emblematico, sono state investite tutte le risorse pubbliche senza creare vero sviluppo, servizi produttivi. La politica – ha spiegato Bernava - deve mettere in campo i processi virtuosi che servono a riqualificare la spesa pubblica e la Regione deve raggiungere un accordo con lo Stato sulla perequazione ma presentando allo stesso tempo progetti credibili di vera riqualificazione della spesa”. Il rischio, ha ribadito la Cisl, è che l'assenza di riferimenti normativi in Sicilia si rifletta sui servizi essenziali offerti ai cittadini. “La Regione non ha partecipato alla trattativa con il governo nazionale per la definizione dei costi standard associati ai livelli essenziali delle prestazioni di servizi - ha aggiunto Milazzo – abbiamo perso alcuni passaggi nella metodologia di applicazione della legge che erano fondamentali per comprendere gli effetti della riforma sul nostro territorio. Per questo chiediamo a gran voce l'immediata stipula dell'accordo fra Stato e Regione sul federalismo”. Altro dato che preoccupa la Cisl, è il livello di rigidità della spesa corrente dei bilanci degli enti locali che per oltre il 40% è costituita da spese per il personale. La percentuale più alta la raggiungono i comuni dell’ennese, con il 47,73% di spesa assorbita dal personale; seguono la provincia di Agrigento con il 47,44%, Messina con il 42,94% e Palermo con il 41,90%. Tutti i comuni siciliani sono mediamente al di sopra della soglia del 40% oltre la quale scatta il divieto di assunzioni. Una fetta rilevante dei bilanci degli enti locali poi, è destinata ai servizi (il 36,75%) ma a una spesa decisamente alta non corrisponde la qualità, e la gestione del ciclo dei rifiuti ne è la dimostrazione.

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